LA VITA: UN DONO?
La vita è il dono ‘primo’ di cui possiamo gioire, gli altri seguono. Non è frutto nostro, tanto meno erito. È puro regalo che ci troviamo consegnato e di cui prendiamo lentamente consapevolezza. È germe vitale acceso da un incontro di persone che l’hanno desiderata, voluta, cercata, attesa: risultato dell’amore consapevole, sponsale. Può anche essere conseguenza di un “incidente di percorso”, a volte traumatico, tuttavia, nella fede e con coraggio, va sempre accolto e su questo si può costruire “risposta” (vocazione) di vita. La vita la cogliamo, così, come realtà carica di mistero. Davanti a una vita che si affaccia a questo mondo ci si intenerisce. La scienza dice che la pupilla fissata sul neonato si dilata per effetto dell’emozione provata. La vita emoziona! Il “nato da donna” è la creatura più indifesa. Domanda continue cure che si prolungano negli anni e coinvolgono molteplici agenti. Tanto piccola, ma anche, tanto esigente, la vita è di sua natura chiamata a un progressivo cammino di maturazione verso l’autonomia che l’apre all’assunzione di responsabilità e al dono di sé. È bello pensare al tessuto sociale che si snoda a servizio della persona e che pone una particolare cura verso quella più fragile e bisognosa. Fin dalle prime pagine della Bibbia troviamo il riferimento alla vita che sboccia in seno alla coppia. Il «siate fecondi e moltiplicatevi» (Gn 1,28) segna la traiettoria data da Dio ad Adamo e Eva, e tutto consegue alla consegna data loro: «Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno un’unica carne» (Gn 2,24). Caino e Abele sono il volto del primo amore umano. Tutto è al loro servizio, ma si trovano dentro anche le fatiche della vita, avvolti dalle contraddizioni delle passioni. E la vita ben presto è stata attraversata dal dramma della violenza, dal sangue versato. Di fronte alla morte di Abele, Dio è intervenuto in modo deciso per dire che la vita va rispettata. Ha lanciato a Caino il «Sii maledetto» (Gn 4,11), quale monito in perpetuo all’uomo. Dio ha visto lungo, dopo il cedimento di Adamo e Eva, velato nel serpente tentatore, il desiderio di mettere le mani sulla vita è sempre stato coltivato, in bene e in male. Il “prendersi cura” della salute è una sana attenzione, ma “il manipolare” la struttura fondamentale dell’essere umano diventa tentazione di potere sulla vita. E questo è la tentazione continua che avvelena ogni progetto di vita. L’attuale ricerca medica è giunta a uno sviluppo inatteso e ha sollevato diverse problematiche di carattere etico. Mai come oggi la bioetica si trova a indagare sui confini della ricerca scientifica sulla vita. È tutto lecito nella sperimentazione e nella legislazione? Il primato è della libertà della ricerca, senza tenere in considerazione della moralità, del senso dell’esistenza? Quali i confini da rispettare, per non incorrere in avventure disumanizzanti? La persona va rispettata sempre e comunque, dal suo avvio naturale alla sua morte non provocata? L’individuo è libero di fare le scelte in autonomia? Conosciamo il dibattito in corso da tempo e le scelte già fatte da molte legislazioni. Il rischio è di mettere al primo posto spinte – spesso “desideri” – personali e collettivi, ritenuti primari rispetto a valutazioni di più ampio respiro, che fanno riferimento a valori umani condivisi e ritenuti invalicabili. Ci sono dei principi che non sono relegabili all’ambito del credere, ma che sono innestati nella coscienza morale naturale. Il primo è certamente il rispetto nei confronti della vita in tutte le fasi in cui essa si manifesta e si snoda. Se viene misconosciuto, viene compromesso un pilastro fondamentale del modo di concepire e definire la persona. Risulta discutibile, se non arbitrario, che la legislazione intacchi un dato di natura e innesti nelle decisioni individuali una libertà che penalizza il bene comune. Certamente ci sono situazioni che rendono la vita difficile, anche drammatica, ma non per questo si deve scegliere la scorciatoia che la elimina. «La vita è difficile, ma ciò non è grave. La vita è bella perché donata e amata da Dio». Sono parole che Etty Hillesum ha scritto in tempi difficili, in cui la vita era condizionata da meccanismi diabolici di distruzione. Della sua vita Etty è riuscita a fare un’opera d’arte accoccolandosi in un angolino e ascoltando quello che aveva dentro per prendere contatto con quel frammento di eternità in cui «tutto avviene secondo un ritmo più profondo che si dovrebbe insegnare ad ascoltare, è la cosa più importante che si può imparare in questa vita». “Voglio essere un cuore pensante” – diceva. La “ragione” del cervello era ed è insufficiente a spiegare e spiegarsi quanto stava accadendo e purtroppo accade ancora oggi. Così come il cuore stesso, senza la mediazione del cervello, è insufficiente a comprendere gli atti abominevoli che gli uomini sono in grado di compiere. Ecco perché serve diventare “cuori pensanti”. Il nostro cuore in fondo è il nostro centro, e quando si perde il centro si resta disorientati, non capendo più quale è la giusta direzione o, meglio, la “Direzione dei Giusti”. Perché c’è sempre una direzione dei giusti. Etty Hillesum diceva: “È la condizione del cuore come centro, in quanto centro, quella che determina e fa sorgere i centri che risplendono illuminando, che sono i cuori dei Giusti”. Senza pensare col cuore perdiamo il senso dell’esistenza.
Buona giornata della vita. Don Gianni